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Il profilo del mediatore culturale di origine straniera: la professione di riscatto per gli immigratiLeggi anche l'articolo su www.integrazionemigranti.gov.it


Il ruolo di mediatore culturale viene affidato sempre più a immigrati che, da anni presenti nel tessuto sociale italiano, desiderano mettersi al servizio dei propri connazionali nel sostenerli nel difficile percorso di orientamento e di integrazione.

Per molti stranieri il mediatore culturale non è solo una missione, ma è un vero e proprio lavoro che permette un riscatto nei confronti di una società che non riconosce ancora qualifiche e titoli di studio agli immigrati che da anni vivono nel nostro Paese.

ICOTEA, Centro di Formazione online, ha scattato una fotografia del mediatore culturale tipo, facendo un’analisi approfondita sulle motivazioni e sui profili personali di un centinaio di partecipanti ai propri corsi di mediatore culturale nel corso degli ultimi due anni.

Quasi il 70% degli iscritti al corso è straniero, di questi il 63% è uomo e il 37% è donna. Oltre l’80% degli stranieri è laureato nel proprio paese di origine (molti di questi sono ingegneri, altri laureati in legge, altri ancora in materie umanistiche) e hanno un’età compresa tra i 25 e i 40 anni. Il 75% degli iscritti risiede al Nord (specie nelle grandi città lombarde come Milano e Brescia) e il resto si distribuisce nelle regioni centrali e meridionali del nostro Paese.
Per gli stranieri essere mediatore culturale significa essere riconosciuti dal nostro Paese come veri e propri professionisti, dal momento in cui il loro titolo di studio è considerato per lo Stato Italiano “carta straccia”. Molti degli stranieri prima di frequentare il corso lavoravano come badanti oppure come collaboratori domestici presso famiglie. Altri invece, che erano occupati già nel settore nella mediazione, hanno frequentato il corso solo per avere la qualifica, senza la quale risulta impossibile operare.

In media uno straniero con in mano la qualifica impiega un paio di mesi per trovare un’occupazione in questo ambito, soprattutto nel settore scolastico, seguito dal comparto sanitario e infine nei tribunali.

Capacità relazionali, conoscenza della società di origine e di destinazione degli immigrati, apertura e capacità di ascolto sono le qualità di un mediatore culturale. Ma la mediazione culturale, sebbene negli anni ricopra sempre di più un ruolo centrale nella gestione e nell’orientamento della popolazione straniera, soffre di una mancanza di fondi pubblici destinati a questa finalità. La razionalizzazione delle risorse non permette infatti di rispondere ad una domanda di mediazione che si fa sempre più forte: gli ostacoli linguistici e burocratici per una popolazione straniera in crescita devono essere superati se si vuole pervenire ad un vero processo di integrazione.

E’ nella scuola che molti mediatori suggeriscono un cambio di approccio nella mediazione: spesso infatti le scuole che destinano le risorse per i progetti, si aspettano che il mediatore possa aiutare gli alunni a recuperare le materie solo per il servizio di traduzione; oppure si pensa che basti interfacciarsi con gli alunni senza confrontarsi con i genitori. Il ruolo della mediazione culturale è più ampio e se venisse gestito e pianificato con i giusti criteri potrebbe essere la chiave di volta del lungo e difficile processo di integrazione.

“Sono fermamente convinto che il ruolo del mediatore culturale possa giocare un ruolo fondamentale nel nostro Paese” afferma Tommaso Barone Presidente di Icotea. “L’aumento del 50% nel numero di alunni al corso di Mediatore Culturale e al corso di Laurea in Scienze della Mediazione Linguistica dal 2014 al 2015 rappresenta un segnale di forte cambio di rotta. Ben venga se questo ruolo possa essere affidato agli stranieri: il loro desiderio di riscatto e la voglia di mettersi al servizio degli altri è il primo segnale di vera integrazione. Siamo contenti di poter contribuire a questo processo.”